La sentenza Eternit e il reato di “delitto ambientale”

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Ronzano già i corvi sopra la volta del Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, quando il Presidente della I Sezione Arturo Cortese annulla in nome del popolo italiano la sentenza di condanna in primo e secondo grado per disastro ambientale doloso a carico del magnate svizzero Stephan Schmidheiny. È la sera del 19 novembre 2014. Come aveva dovuto ammettere qualche ora prima lo stesso Procuratore generale Mauro Iacovello, nonostante “l’imputato Schmidheiny sia responsabile di tutte le con¬dotte che gli sono state ascritte”, in casi come questi “il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”. C’è il pensiero di Cesare Beccaria in questa amara ammissione: meglio una sentenza ingiusta che una senza diritto. Manca il diritto, infatti. E Il gelo cala dentro l’aula Magna stracolma di familiari delle vittime, associazioni, cittadini.

Una sentenza che in un colpo solo fa crollare come un castello di sabbia la convinzione che si possa far condannare chi si è macchiato di un delitto che esiste solo a forza di sofisticazioni del diritto. A forza di ripetuti strattoni ermeneutici e tanta buona volontà inquirente. Allungando come un elastico quell’articolo del codice penale (il 434) che il fascistissimo Codice Rocco aveva previsto pensando al crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro a patto, però, che ne derivi pericolo per la pubblica incolumità. Quell’elastico alla fine si è rotto. Quella norma, chiaramente sussidiaria e tappabuchi, si è rivelata alla fine incapace di attribuire responsabilità penali a chi sapeva ma ha fatto finta di non sapere che quelle maledette fibre di amianto laceravano, a forza di respirare, la pleura di chi vi entrava in contatto. Migliaia di persone, significa.

Un eccidio che ancora oggi è orfano del diritto.

Secondo i magistrati della Cassazione, questo tipo di disastro ambientale, anacronistico, sarebbe a consumazione istantanea, non frazionata o permanente come avevano sostenuto invece i giudici di merito. La fabbrica killer ha commesso il crimine nel momento in cui operava, anche se i morti arriveranno dopo. Il reato contestato a Schmidheiny è, quindi, tecnicamente cessato al momento della chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato, nell’anno di grazia 1986. Ergo, si è prescritto. Stessa sorte toccherà, evidentemente, a tutti gli altri processi per disastro ambientale intentati ad aziende chiuse da tempo. Fa sorridere amaramente che in quegli stessi anni il giovane e spensierato Schmidheiny girasse il mondo come ambientalista e filantropo, consulente di Bill Clinton, potendosi anche fregiare del titolo di consulente per gli affari e l’industria per le Nazioni Unite, addirittura in occasione della Conferenza di Rio (1992), uno dei momenti più alti della storia dell’ambientalismo mondiale.

Dopo la sentenza, sul banco degli imputati è subito finita la mannaia della prescrizione. Che in questo caso è invece solo l’effetto di un buco normativo, come ha ricordato dalle pagine del Corriere della sera l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick. La sentenza Eternit ci ricorda che in Italia non esiste ancora lo specifico delitto di disastro ambientale. Che l’ambiente in quanto tale non è meritevole di tutela in sé. E che i cittadini che ne pagano sulla propria pelle le conseguenze più gravi non sono considerati a pieno titolo delle vittime. Ancora oggi, dunque, chi inquina non paga. Il vero nemico da abbattere non è la cattiveria di qualche giudice troppo affezionato a Beccaria ma un intero sistema penale in campo ambientale. Questo è il punto.

Che potrebbe avere i giorni contati, se solo il Parlamento venisse in soccorso. Giace al Senato, infatti, il Disegno di legge 1345 che prevede, per l’appunto, l’inserimento dei delitti ambientali nel codice penale, tra questi l’inquinamento e il disastro ambientale. Testo che la Camera ha approvato lo scorso 26 febbraio a stragrande maggioranza e che a Palazzo Madama non ha trovato la stessa grazia. Infrangendosi contro quel muro di gomma alzato da troppi senatori, ambasciatori zelanti delle richieste di una parte della grande industria, la stessa sotto processo per reati ambientali in varie parti d’Italia, ossessionata da questa riforma. Un testo che prevede 4 delitti ambientali, insieme a diverse aggravanti e pene accessorie, che con alcuni interventi correttivi potrebbe perlomeno iniziare l’opera di sottrazione degli ecocrimini dal limbo di reati di serie B nel quale sono da sempre confinati. Non una riforma perfetta ma perfettibile – come sostiene con forza Legambiente, insieme a una corposa rete di associazioni – di certo l’unica che potrebbe avere, oggi, una chance di diventare legge in questa strana legislatura.

Fonte: La Stampa

 
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