Ivrea. Morti per l’amianto, sono 39 gli indagati

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Chiusa l’inchiesta, il procuratore capo Ferrando: “Accertamenti scrupolosi”. Le vittime sono 15, i pm intenzionati a chiedere il rinvio a giudizio

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IVREA. Negli stabilimenti canavesani dell’Olivetti si moriva per esposizione alle fibre di amianto. La dirigenza sapeva e non ha fatto tutto il necessario per tutelare l’integrità fisica dei suoi operai, per evitare che si ammalassero e morissero di mesotelioma pleurico. Fibre d’amianto che si disperdevano nell’aria durante alcune lavorazioni o che si staccavano dai muri degli edifici non tenuti in buono stato e che, in ogni caso, finivano nei polmoni dei lavoratori. Questa, in sintesi, l’accusa avanzata dalla Procura della Repubblica di Ivrea che ieri ha chiuso un lungo lavoro di indagine durato due anni. Trentanove gli indagati tra presidenti, vice presidenti, amministratori delegati, consiglieri di amministrazione, direttori e dirigenti che deleghe sulla sicurezza e capacità di spesa.

I nomi eccellenti
Le accuse per tutti sono di omicidio colposo e lesioni colpose. Tra le persone che hanno ricevuto l’avviso di conclusione indagini ci sono i cosiddetti big, come i fratelli Carlo e Franco De Benedetti, Marco e Rodolfo De Benedetti, Corrado Passera, Roberto Colaninno (solo lesioni colpose), e tanti ex dirigenti olivettiani noti a Ivrea. Molti sono ultraottantenni. Tra questi Filippo Demonte, Angelo Fornasari, Umberto Gribaudo, Maria Luisa Lizier, Sergio Lupo, Camillo e David Olivetti, Giorgio Panattoni, Luigi Pescarmona, Luigi Pistelli, Silvio Preve, Maria Luisa Ravera, Piera Rosiello e Pierangelo Tarizzo.

Le vittime
Quindici le vittime: tredici decedute tra il maggio del 2004 e il giugno del 2012 per mesotelioma pleurico, mesotelioma peritoneale o carcinoma, in un solo caso; due le persone gravemente ammalate e che combattono ogni giorno contro una malattia che non lascia scampo. Ma gli operai e gli impiegati vittime delle fibre di amianto sono molti di più. Alcuni sono purtroppo usciti dall’inchiesta perché è sopraggiunta la prescrizione o perché, nonostante fossero ammalate di mesotelioma, sono decedute per altre cause. Altri morti, invece, sono già finiti o finiranno in un’inchiesta denominata Olivetti bis.

Per tutti i trentanove indagati i pubblici ministeri Lorenzo Boscagli e Gabriella Viglione sono intenzionati a chiedere il rinvio a giudizio. Da questa mattina (venerdì) partiranno i 20 giorni in cui gli indagati possono produrre documenti, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni spontanee o chiedere di essere sottoposti ad interrogatorio.

Il procuratore capo
«Abbiamo terminato un lavoro di indagine serio e complesso – spiega il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando – che ha fatto emergere situazioni di carenza nella prevenzione della salute dei lavoratori dell’Olivetti. Situazioni su cui si poteva intervenire in maniera più determinante con processi di prevenzione e bonifica. La presenza delle fibre di amianto poteva e doveva essere conosciuta dagli indagati che avrebbero potuto ridurre o evitare i rischi investendo maggiori risorse».

I reparti nel mirino
Gli stabilimenti incriminati sono quelli di San Bernardo, Agliè, la Vecchio Ico, Scarmagno (capannoni A, C e D) e persino Palazzo Uffici. In questa inchiesta che ha scosso nel profondo la città di Ivrea ci sono storie di donne e uomini che dagli anni ’50 e fino alla metà degli anni ’90 hanno lavorato alla gloriosa Olivetti. C’è la di storia di Antonio Bergandi, morto nel dicembre del 2006 per mesotelioma pleurico. Bergandi aveva lavorato come addetto alla manutenzione di tubature e impianti coibentati con amianto situati all’interno dello stabilimento di San Bernardo tra il 1962 e il 972. Dal ’72 al ’74 Bergandi aveva poi lavorato al montaggio delle macchine utensili utilizzando, sempre a San Bernardo, una lastra contenente amianto, denominata Ferobestos, che veniva forata e spianata successivamente con un raschietto.

C’è poi la storia di Pierangelo Bovio Ferassa, morto nel marzo di due anni fa, addetto nel capannone A di Scarmagno al montaggio delle macchine da scrivere dal 1963 al 1972; dal 1972 al 1980 ad Agliè. Esposto, come sostengono i magistrati, all’inalazione delle fibre di amianto contenute nel talco contaminato con tremolite durante le operazioni di montaggio dei particolari in gomma che veniva riempiti di talco per facilitare l’inserimento dell’anima di acciaio nel rullo di gomma. Maria Giuditta Bretto, morta nel febbraio del 2012 per mesotelioma peritoneale, lavorava al montaggio delle macchine da scrivere e fotocopiatrici ad Agliè. Aldo Enrico Gansin, deceduto nel 2008, dal ’56 al ’60 aveva lavorato alla Vecchia Ico di Ivrea come responsabile del reparto produzione macchine da scrivere. Dal 1977 al 1984, invece, era stato responsabile del reparto cablaggi ala centrale Ico di Ivrea All’Olivetti però non ci si ammalava solo nei reparti. C’è una donna, a cui il mesotelioma pleurico è stato diagnosticato nel 2011, che era impiegata all’ufficio titoli e contabilità a Palazzo Uffici. Nel suo caso l’esposizione alle fibre di amianto sarebbe da imputare allo scarso stato di manutenzione della controsoffittatura dei locali della mensa di Palazzo Uffici e all’intonaco di amianto con cui era rivestito il soffitto e le pareti delle Officine H e nello stabilimento Nuova Ico.

Fonte: La Sentinella del Canavese

 
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