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Introdotti i nuovi reati di inquinamento ambientale, di disastro ambientale, i delitti colposi contro l’ambiente, il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo. Il testo ora dovrà tornare alla Camera

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Il Senato ha approvato il disegno di legge sui reati ambientali. 165 voti favorevoli, 49 contrari e 18 astenuti, il provvedimento, dopo le modifiche apportate da palazzo Madama, torna ora all’esame della Camera in terza lettura. Favorevoli Sel e Movimento 5 stelle, la Lega si è astenuta mentre ha votato contro Forza Italia. Il disegno di legge introduce i nuovi reati di inquinamento ambientale, di disastro ambientale, i delitti colposi contro l’ambiente, il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo, il reato di impedimento al controllo. Vengono poi raddoppiati i termini di prescrizione per i reati ambientali “La migliore risposta politica a una vicenda come quella di Eternit” ha commentato il Guardasigilli, Andrea Orlando. Con questo disegno di legge “quel procedimento sarebbe stato completamente diverso”, ha osservato. Esprime poi soddisfazione “per un testo “equilibrato” che consente alle imprese “di essere soggetto partecipe per il recupero ambientale e per trasformare la nostra economia in un’economia ecosostenibile”.

Fonte: RaiNews

 
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Un appello al Parlamento e al governo per introdurre il reato di disastro ambientale modificando la disciplina della prescrizione. E’ quello contenuto nella lettera firmata dal sindaco di Roma, Marino, e da quello di Casale Monferrato, Palazzetti

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Una delegazione dei familiari delle vittime dell’amianto, proveniente da Casale Monferrato e Bagnoli, è arrivata a palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La scorsa settimana una sentenza della Corte di cassazione ha annullato la pena conseguente alla condanna per disastro ambientale nei confronti dell’ex ad di Eternit, Stephan Schmidheiny. A guidare la delegazione Romana Iasotti e Bruno Pesce, divenuti ormai “bandiere” della battaglia delle famiglie. “Renzi ha assicurato che lo Stato si costituirà parte civile se ci sarà un altro processo e che ciò che è in grado di fare per la prescrizione di reato di disastro e per i costi della bonifica lo farà. Ma lui non è un giudice”. Così Bruno Pesce, portavoce associazione dei familiari delle vittime dell’amianto, dopo l’incontro a palazzo Chigi. “Siamo venuti a Roma per chiedere al governo di aiutarci e di stanziare quei fondi per la bonifica che avrebbe dovuto darci Schmidheiny e che invece non riceveremo mai”, ha detto il sindaco di Casale Monferrato, Concetta Palazzetti, al termine di un incontro in Campidoglio con il sindaco di Roma, Ignazio Marino. “La situazione a Casale è ancora molto grave – ha spiegato Palazzetti – nonostante dagli anni 90 siano stati bonificati dall’amianto tutti gli edifici pubblici e la fabbrica dell’Eternit”. Un appello al Parlamento e al governo per introdurre il reato di disastro ambientale modificando la disciplina della prescrizione è stato poi lanciato nella lettera firmata dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, e da quello di Casale Monferrato, che si sono incontrati in Campidoglio dopo la sentenza della Cassazione sul caso Eternit. “All’esito del processo Eternit si è pervenuti a causa di una carenza normativa, poiché non può dubitarsi che il reato dichiarato prescritto, il cosiddetto ‘disastro doloso innominato’, fu previsto dal legislatore del 1930 per ipotesi del tutto diverse da quelle che si sono verificate a Casale Monferrato. Noi sindaci delle città d’Italia sentiamo da vicino l’angoscia che di fronte a questi fatti esprimono i nostri cittadini e chiediamo al Parlamento di promuovere ogni iniziativa legislativa diretta a promuovere la tutela delle persone di fronte alle condotte che generano danni ambientali. Chiediamo in particolare di introdurre il reato di ‘disastro ambientale’, la cui eventuale prescrizione sia ancorata al momento in cui si verificano gli eventi dannosi”.

Fonte: RaiNews.it

 
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Ronzano già i corvi sopra la volta del Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, quando il Presidente della I Sezione Arturo Cortese annulla in nome del popolo italiano la sentenza di condanna in primo e secondo grado per disastro ambientale doloso a carico del magnate svizzero Stephan Schmidheiny. È la sera del 19 novembre 2014. Come aveva dovuto ammettere qualche ora prima lo stesso Procuratore generale Mauro Iacovello, nonostante “l’imputato Schmidheiny sia responsabile di tutte le con¬dotte che gli sono state ascritte”, in casi come questi “il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”. C’è il pensiero di Cesare Beccaria in questa amara ammissione: meglio una sentenza ingiusta che una senza diritto. Manca il diritto, infatti. E Il gelo cala dentro l’aula Magna stracolma di familiari delle vittime, associazioni, cittadini.

Una sentenza che in un colpo solo fa crollare come un castello di sabbia la convinzione che si possa far condannare chi si è macchiato di un delitto che esiste solo a forza di sofisticazioni del diritto. A forza di ripetuti strattoni ermeneutici e tanta buona volontà inquirente. Allungando come un elastico quell’articolo del codice penale (il 434) che il fascistissimo Codice Rocco aveva previsto pensando al crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro a patto, però, che ne derivi pericolo per la pubblica incolumità. Quell’elastico alla fine si è rotto. Quella norma, chiaramente sussidiaria e tappabuchi, si è rivelata alla fine incapace di attribuire responsabilità penali a chi sapeva ma ha fatto finta di non sapere che quelle maledette fibre di amianto laceravano, a forza di respirare, la pleura di chi vi entrava in contatto. Migliaia di persone, significa.

Un eccidio che ancora oggi è orfano del diritto.

Secondo i magistrati della Cassazione, questo tipo di disastro ambientale, anacronistico, sarebbe a consumazione istantanea, non frazionata o permanente come avevano sostenuto invece i giudici di merito. La fabbrica killer ha commesso il crimine nel momento in cui operava, anche se i morti arriveranno dopo. Il reato contestato a Schmidheiny è, quindi, tecnicamente cessato al momento della chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato, nell’anno di grazia 1986. Ergo, si è prescritto. Stessa sorte toccherà, evidentemente, a tutti gli altri processi per disastro ambientale intentati ad aziende chiuse da tempo. Fa sorridere amaramente che in quegli stessi anni il giovane e spensierato Schmidheiny girasse il mondo come ambientalista e filantropo, consulente di Bill Clinton, potendosi anche fregiare del titolo di consulente per gli affari e l’industria per le Nazioni Unite, addirittura in occasione della Conferenza di Rio (1992), uno dei momenti più alti della storia dell’ambientalismo mondiale.

Dopo la sentenza, sul banco degli imputati è subito finita la mannaia della prescrizione. Che in questo caso è invece solo l’effetto di un buco normativo, come ha ricordato dalle pagine del Corriere della sera l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick. La sentenza Eternit ci ricorda che in Italia non esiste ancora lo specifico delitto di disastro ambientale. Che l’ambiente in quanto tale non è meritevole di tutela in sé. E che i cittadini che ne pagano sulla propria pelle le conseguenze più gravi non sono considerati a pieno titolo delle vittime. Ancora oggi, dunque, chi inquina non paga. Il vero nemico da abbattere non è la cattiveria di qualche giudice troppo affezionato a Beccaria ma un intero sistema penale in campo ambientale. Questo è il punto.

Che potrebbe avere i giorni contati, se solo il Parlamento venisse in soccorso. Giace al Senato, infatti, il Disegno di legge 1345 che prevede, per l’appunto, l’inserimento dei delitti ambientali nel codice penale, tra questi l’inquinamento e il disastro ambientale. Testo che la Camera ha approvato lo scorso 26 febbraio a stragrande maggioranza e che a Palazzo Madama non ha trovato la stessa grazia. Infrangendosi contro quel muro di gomma alzato da troppi senatori, ambasciatori zelanti delle richieste di una parte della grande industria, la stessa sotto processo per reati ambientali in varie parti d’Italia, ossessionata da questa riforma. Un testo che prevede 4 delitti ambientali, insieme a diverse aggravanti e pene accessorie, che con alcuni interventi correttivi potrebbe perlomeno iniziare l’opera di sottrazione degli ecocrimini dal limbo di reati di serie B nel quale sono da sempre confinati. Non una riforma perfetta ma perfettibile – come sostiene con forza Legambiente, insieme a una corposa rete di associazioni – di certo l’unica che potrebbe avere, oggi, una chance di diventare legge in questa strana legislatura.

Fonte: La Stampa

 
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Eternit- chi lo butta uccide le persone. E chi non lo raccoglie-

Segnalazione a Palermo

Palermo, 29 novembre 2014, Via Dell’Antilope, vicino al mercatino del biologico. L’agenda setting dell’informazione ha deciso di divulgare la notizia che a ‪Palermo‬ sono morte circa 2.000 persone a causa dell’amianto‬. I tg hanno mandato servizi con immagini e interviste che hanno prospettato crudamente una realtà tragica e agghiacciante. Intanto chi si vuole disfare di letale materiale contenente amianto, come l’eternit, lo butta facilmente per strada o nelle campagne.
Più che incivili i nuovi lanzichenecchi diffondono un male che si insinua senza dare segni immediati e puó manifestarsi senza lasciare scampo anche dopo trent’anni. Ma perché i mucchi di eternit scaricati da questi delinquenti continuano a giacere per strada? Soprattutto nelle periferie, come Villagrazia o, così come mostra la foto,a Bonagia, ecc. è facile imbattersi in cumuli sfrantumati del letale ‪eternit‬. Ma cosa si sta facendo per migliorare la situazione? ‪Leoluca Orlando‬ ha dato l’ordine di bonificare le strade della Città? E la Asp 6 e gli altri presidi della salute pubblica hanno verificato la situazione o diramato istruzioni sanitarie per la salvaguardia della salute dei cittadini?
E i vigili del fuoco, la polizia e i carabinieri che hanno indagato su chi butta eternit in giro propagando il rischio eziologico? Hanno guardato la fotogrammetria aerea della Città per vedere dove sono scomparse le coperture di eternit? Almeno hanno denunciato i responsabili della pulizia e della salute pubblica che hanno il dovere di rimuovere lastre e recipienti e non lo fanno? Insomma noi cittadini vorremmo non morire di amianto. Oltre che Dio, chi ci deve proteggere? Dobbiamo solo pagare le tasse e se ci ammaliamo sono affari nostri.

Fonte: Palermo Today

 
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Mappa ancora incompleta, da Calabria e Sicilia black out dati

Mappe amianto

Mappe amianto

Mappe amianto

Sono 33.610 i siti di amianto in Italia, o meglio, sono quelli censiti, perchè da Calabria e Sicilia (salvo scarsissimi dati) persiste da anni un black out di informazioni. Per la verità sulla mappa del ministero dell’Ambiente anche la Campania risulta ‘pulita’ ma sembra che qualche dato sia emerso. E di queste migliaia di puntini del cosiddetto Piano nazionale amianto, aggiornato al luglio 2014, la maggiore concentrazione è soprattutto nelle Marche e nell’Abruzzo (50% dei dati), e un po’ su tutto il versante adriatico. “Ma moltissime aree di impianto particolarmente rilevanti in termini di necessità di intervento, quali, ad esempio, lo stabilimento ex Isochimica di Avellino o l’ex stabilimento Cemamit a Ferentino (FR) – osserva il ministero – non rientrano tra i dati censiti”.

La mappa sullo Stato delle bonifiche indica che solo 832 sono i siti bonificati, 339 quelli parzialmente bonificati (con prime misure di messa in sicurezza con le risorse economiche disponibili) e 30.309 quelli ancora da bonificare.

La presenza di eternit o di cemento-amianto riguarda scuole (che per le Regioni hanno la priorità nei finanziamenti per la bonifica), tetti di edifici anche pubblici, ospedali, case di riposo, aree residenziali e industriali attive o dismesse (779 in totale). Ma la mappatura non è proprio fedele alla realtà perchè c’è disomogeneità nei criteri di raccolta dati da parte delle Regioni e delle Province autonome – che entro il 30 giugno di ogni anno hanno l’obbligo di trasmettere i dati sulla presenza di amianto – nonostante le modalità di esecuzione della mappatura siano state concordate e definite a livello nazionale.

Per i siti di interesse nazionale da bonificare dall’amianto – Broni-Fibronit (PV), Priolo-Eternit Siciliana (SR), Casale Monferrato-Eternit, Balangero-Cava Monte S.Vittore (TO), Napoli Bagnoli-Eternit, Tito-exLiquichimica (PO), Bari-Fibronit, Biancavilla-Cave Monte Calvario (CT), Emarese-Cave di Pietra (AO) – il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha presentato una richiesta di quasi 360 milioni a valere sul Fondo sviluppo e coesione 2014-2020.

Il numero totale delle discariche operative, nel 2010, che hanno smaltito rifiuti di materiali da costruzione contenenti amianto, sono 22 (10 al Nord, 4 al Centro e 8 al Sud). Delle 90 mila tonnellate (90,2% del totale) di questi rifiuti smaltiti in discarica per rifiuti non pericolosi (secondo l’Ispra) circa 60 mila vanno nel Nord del Paese, poco più di 23 mila al Centro e 7 mila al Sud. La regione che smaltisce la quantità maggiore è il Piemonte, con oltre 39 mila tonnellate (39,3%). In questi ultimi tempi, a causa dell’esaurimento di queste discariche e la mancata costruzione di nuove, spiega l’Ispra, molti rifiuti sono stati esportati in paesi comunitari, come Germania e Austria.

Fonte: Ansa.it

 
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Chiusa l’inchiesta, il procuratore capo Ferrando: “Accertamenti scrupolosi”. Le vittime sono 15, i pm intenzionati a chiedere il rinvio a giudizio

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IVREA. Negli stabilimenti canavesani dell’Olivetti si moriva per esposizione alle fibre di amianto. La dirigenza sapeva e non ha fatto tutto il necessario per tutelare l’integrità fisica dei suoi operai, per evitare che si ammalassero e morissero di mesotelioma pleurico. Fibre d’amianto che si disperdevano nell’aria durante alcune lavorazioni o che si staccavano dai muri degli edifici non tenuti in buono stato e che, in ogni caso, finivano nei polmoni dei lavoratori. Questa, in sintesi, l’accusa avanzata dalla Procura della Repubblica di Ivrea che ieri ha chiuso un lungo lavoro di indagine durato due anni. Trentanove gli indagati tra presidenti, vice presidenti, amministratori delegati, consiglieri di amministrazione, direttori e dirigenti che deleghe sulla sicurezza e capacità di spesa.

I nomi eccellenti
Le accuse per tutti sono di omicidio colposo e lesioni colpose. Tra le persone che hanno ricevuto l’avviso di conclusione indagini ci sono i cosiddetti big, come i fratelli Carlo e Franco De Benedetti, Marco e Rodolfo De Benedetti, Corrado Passera, Roberto Colaninno (solo lesioni colpose), e tanti ex dirigenti olivettiani noti a Ivrea. Molti sono ultraottantenni. Tra questi Filippo Demonte, Angelo Fornasari, Umberto Gribaudo, Maria Luisa Lizier, Sergio Lupo, Camillo e David Olivetti, Giorgio Panattoni, Luigi Pescarmona, Luigi Pistelli, Silvio Preve, Maria Luisa Ravera, Piera Rosiello e Pierangelo Tarizzo.

Le vittime
Quindici le vittime: tredici decedute tra il maggio del 2004 e il giugno del 2012 per mesotelioma pleurico, mesotelioma peritoneale o carcinoma, in un solo caso; due le persone gravemente ammalate e che combattono ogni giorno contro una malattia che non lascia scampo. Ma gli operai e gli impiegati vittime delle fibre di amianto sono molti di più. Alcuni sono purtroppo usciti dall’inchiesta perché è sopraggiunta la prescrizione o perché, nonostante fossero ammalate di mesotelioma, sono decedute per altre cause. Altri morti, invece, sono già finiti o finiranno in un’inchiesta denominata Olivetti bis.

Per tutti i trentanove indagati i pubblici ministeri Lorenzo Boscagli e Gabriella Viglione sono intenzionati a chiedere il rinvio a giudizio. Da questa mattina (venerdì) partiranno i 20 giorni in cui gli indagati possono produrre documenti, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni spontanee o chiedere di essere sottoposti ad interrogatorio.

Il procuratore capo
«Abbiamo terminato un lavoro di indagine serio e complesso – spiega il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando – che ha fatto emergere situazioni di carenza nella prevenzione della salute dei lavoratori dell’Olivetti. Situazioni su cui si poteva intervenire in maniera più determinante con processi di prevenzione e bonifica. La presenza delle fibre di amianto poteva e doveva essere conosciuta dagli indagati che avrebbero potuto ridurre o evitare i rischi investendo maggiori risorse».

I reparti nel mirino
Gli stabilimenti incriminati sono quelli di San Bernardo, Agliè, la Vecchio Ico, Scarmagno (capannoni A, C e D) e persino Palazzo Uffici. In questa inchiesta che ha scosso nel profondo la città di Ivrea ci sono storie di donne e uomini che dagli anni ’50 e fino alla metà degli anni ’90 hanno lavorato alla gloriosa Olivetti. C’è la di storia di Antonio Bergandi, morto nel dicembre del 2006 per mesotelioma pleurico. Bergandi aveva lavorato come addetto alla manutenzione di tubature e impianti coibentati con amianto situati all’interno dello stabilimento di San Bernardo tra il 1962 e il 972. Dal ’72 al ’74 Bergandi aveva poi lavorato al montaggio delle macchine utensili utilizzando, sempre a San Bernardo, una lastra contenente amianto, denominata Ferobestos, che veniva forata e spianata successivamente con un raschietto.

C’è poi la storia di Pierangelo Bovio Ferassa, morto nel marzo di due anni fa, addetto nel capannone A di Scarmagno al montaggio delle macchine da scrivere dal 1963 al 1972; dal 1972 al 1980 ad Agliè. Esposto, come sostengono i magistrati, all’inalazione delle fibre di amianto contenute nel talco contaminato con tremolite durante le operazioni di montaggio dei particolari in gomma che veniva riempiti di talco per facilitare l’inserimento dell’anima di acciaio nel rullo di gomma. Maria Giuditta Bretto, morta nel febbraio del 2012 per mesotelioma peritoneale, lavorava al montaggio delle macchine da scrivere e fotocopiatrici ad Agliè. Aldo Enrico Gansin, deceduto nel 2008, dal ’56 al ’60 aveva lavorato alla Vecchia Ico di Ivrea come responsabile del reparto produzione macchine da scrivere. Dal 1977 al 1984, invece, era stato responsabile del reparto cablaggi ala centrale Ico di Ivrea All’Olivetti però non ci si ammalava solo nei reparti. C’è una donna, a cui il mesotelioma pleurico è stato diagnosticato nel 2011, che era impiegata all’ufficio titoli e contabilità a Palazzo Uffici. Nel suo caso l’esposizione alle fibre di amianto sarebbe da imputare allo scarso stato di manutenzione della controsoffittatura dei locali della mensa di Palazzo Uffici e all’intonaco di amianto con cui era rivestito il soffitto e le pareti delle Officine H e nello stabilimento Nuova Ico.

Fonte: La Sentinella del Canavese

 
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Borni( (Pavia), 27 ottobre 2014 – Il 6 marzo 1990 per i bronesi ci fu una sorpresa: una nevicata, tardiva, ma già verificatasi in passato, a fine inverno. Però molto diversa dalle precedenti: non era neve, ma amianto. Una coltre bianca, nella notte, aveva imbiancato un’area di 20mila metri quadrati attorno allo “stabilimento della morte” ( Fibronit, prima Cementifera), campi e scalo ferroviario compreso. E i treni che passavano veloci, per tutto il giorno hanno sollevato polvere d’amianto mentre uno dei proprietari dei terreni agricoli ricoperti, tre anni dopo moriva di mesotelioma pleurico. Il “fall out” provocato da una rottura di un grande tubo all’interno dello stabilimento viene ampiamente citato nella sentenza, di quasi 200 pagine, depositata nei giorni scorsi dal giudice Luisella Perulli e con la quale, con rito abbreviato, sono stati condannati a 4 anni di reclusione, due degli imputati, Claudio Del Pozzo e Giovanni Boccini. Per altri sei (un altro, 90enne, è stato giudicato incapace di sostenere il processo) il rito ordinario prevede un ulteriore slittamento, con udienza aggiornata al prossimo 23 febbraio, per completare le perizie richieste. Nelle motivazioni della prima sentenza emerge un mix di situazioni incredibili eppur drammatiche perché, sin qui, in termini puramente processuali, cioè interessati dai procedimenti in corso, si tratta di 377 morti, alcuni dei quali (pochissimi) non considerati legati all’amianto e quasi 200 ammalati, ma, come aggiornamento, all’epoca del processo, quindi, a luglio 2013. Una “strage” che, ora si dice, toccherà il picco nel 2020, risarcita, sin qui e in via provvisoria, con 10 o 20mila euro per ogni deceduto.

Come si è sempre pensato, nelle motivazioni della sentenza si legge che erano frequenti i casi di tubature che si rompevano, anche più volte nell’arco di una settimana con “fuoriuscita di notevoli quantità di amianto” e come, anche se il divieto assoluto, in Italia, scatta solo con una legge del 1992, fossero conosciuti, sin dagli anni ‘30 i rischi e le conseguenze provocate dal contatto con polvere di amianto. Non solo per chi era a contatto con questo materiale che a Broni viene introdotto nel 1932 nei cicli di produzione. Nel lungo elenco delle vittime di amianto a Broni, si contano casi di persone decedute anche a soli 37 anni, senza mai aver lavorato, neppure per un giorno a contatto con l’amianto. La sorella di un giovane, M.M., morto a soli 40 anni, ricorda che abitavano a soli 300 metri dallo stabilimento e c’era talmente polvere di amianto da essere stata costretta, più volte a far ripulire l’auto dal carrozziere. Un agricoltore di 55 anni, A.V., non è mai entrato nella Fibronit, ma dal 1980 al Duemila, senza conoscerne i rischi, ha coltivato un terreno adiacente alla fabbrica dell’amianto ed è morto di tumore polmonare.

Fonte: Il Giorno

 
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Il Movimento 5 Stelle intende presentare un nuovo piano nazionale per l’amianto, alla luce della grave contaminazione che ancora oggi interessa il nostro Paese, senza che siano stati fatti grossi progressi per la bonifica del territorio. Basta guardare la percentuale esigua delle aree e degli edifici bonificati, appena il 2% di quelli interessati da contaminazione, per capire che occorrono misure più incisive e massicce per liberare i cittadini dalla piaga sanitaria e ambientale dell’asbesto.

Pensate che ogni anno l’amianto perpetra una strage silenziosa, provocando nel nostro Paese oltre 5 mila morti, di cui 1.500 causati dal mesotelioma polmonare e i restanti da tumori ai polmoni correlati all’esposizione all’asbesto. Il prossimo 28 aprile si celebrerà la giornata nazionale delle vittime dell’amianto, un triste appuntamento per tenere alta l’attenzione pubblica e istituzionale sull’emergenza asbesto.

L’amianto è stato usato in modo massiccio nell’edilizia residenziale e pubblica negli anni del dopoguerra, prima della messa al bando nel 1992, a seguito della scoperta della sua elevata tossicità. Nonostante siano passati diversi anni dalla sua messa al bando, oggi ci sono in circolo in Italia ancora 32 milioni di tonnellate di amianto friabile, alcune sui tetti delle case, altre in luoghi ancora più sensibili e che dovrebbero essere considerati sicuri dai cittadini, come scuole, ospedali e luoghi di lavoro, soprattutto fabbriche.

Fonte: Greenstyle.it

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L’Eternit (o cemento amianto) è il tristemente famoso materiale per l’edilizia costituito all’85% da cemento e al 15% da fibre di amianto a partire dall’inizio del 900. L’Italia è stata il cuore della produzione perché a Balangero, vicino a Torino esiste la cava più grande d’Europa di asbesto. Inizialmente molto apprezzato per la sua spiccata resistenza, è stato messo al bando nel nostro Paese nel 1992, quando si è scoperta la sua pericolosità: l’asbesto rilascia infatti delle impurezze di ferro che depositandosi negli alveoli polmonari per lunghi periodi danno vita a un’infiammazione prolungata che causa il mesotelioma pleurico e altri carcinomi polmonari.

Per questo bisogna evitare di stare nelle vicinanze dell’amianto in ogni modo, anche se l’amianto esiste in natura, ad esempio all’interno di pietre come le ofioliti, che levigate non sono dannose, ma pure lo contengono.

Mai provare a rimuovere da soli un materiale che potrebbe contenere amianto. Sul sito del Ministero della Salute si trova un elenco di laboratori autorizzati alle analisi. Dopo aver prelevato un campione con molta attenzione, per una cifra modica si ottiene il responso – se il materiale contiene o meno amianto. Sullo stesso sito del Ministero si trova anche un elenco di aziende autorizzate alla rimozione e allo smaltimento.

L’amianto rimosso finisce però in discarica oppure viene esportato all’estero (per via dei costi minori). Resta comunque un prodotto pericoloso e un problema per i posteri, poiché la discarica può si deteriorarsi e dare infiltrazioni.

Ci sono però buone notizie: il laboratorio dell’Università di Bologna guidato dal prof. Norberto Roveri, studia l’Eternit da circa 15 anni e ha messo a punto un metodo per scomporlo nei suoi componenti. Ha infatti brevettato un sistema relativamente semplice per trasformare l’Eternit polverizzato in qualcosa di non nocivo. Il processo è relativamente semplice: il cemento amianto viene frantumato in immersione in modo da non emettere fibre e combinato con siero di latte esausto, un rifiuto inquinante proveniente dai caseifici. La reazione chimica produce CO2 che scioglie il cemento frantumato e libera le fibre di asbesto, che restano sul fondo.

Queste fibre inserite in un reattore possono diventare un fertilizzante (che non contiene fibre e non è dannoso) e un liquido riccho di metalli, soprattutto magnesio, perfettamente utilizzabile. Inoltre si può produrre un tipo di idropittura e carbonato di calcio per l’edilizia. Nulla di quanto estratto da questi due rifiuti è nocivo.

In laboratori i risultati sono stati ampiamente confermati. Sono già partiti impianti pilota elaborano 5 tonnellate di amianto al giorno. Se i test del Ministero della Salute daranno conferma della bontà dell’operazione, in futuro non sarà più necessario immettere amianto in discarica, ma addirittura andare a ripescare il vecchio amianto nelle discariche per eliminarlo per sempre. Questo perfettamente in accordo con le direttive dell’UE che propongono di arrivare al 2020 senza più discariche né inceneritori, in quanto tutti i rifiuti saranno utilizzati per ricavarne i componenti.

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In Italia ci sono ancora 30 milioni di tonnellate di Eternit in uso, una quantità enorme che non si può smaltire solo con gli attuali siti di stoccaggio. Il dato è emerso durante un convegno organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità sul ‘Progetto Amianto’.

Attualmente nel nostro paese solo 22 discariche accettano rifiuti contenenti amianto, ed esiste un solo impianto sperimentale per la sua inertizzazione, nonostante questo tipo di rifiuti costituisca il 14% di tutti quelli pericolosi. Questo a fronte di una crescita annua in alcuni casi superiore al 100% dei rifiuti con Eternit da smaltire, e un censimento che ha visto almeno 34mila siti da bonificare nel nostro paese. ”Il trattamento dei rifiuti è un punto nodale – ha sottolineato Loredana Musmeci, direttore del dipartimento Ambiente dell’Iss – in Italia c’è scarsità di offerta, per quello non riusciamo a far partire le bonifiche. Non sappiamo cosa fare dei nostri rifiuti contenenti amianto”.