Tag: clima

0 comments

Il Climate and Energy Outlook del Massachussets Institute of Technology mostra quanto siano inadeguate le politiche attualmente sul tavolo per combattere il global warming. Se i negoziati della COP 21 di Parigi non otterranno risultati migliori di quelli che ci si aspetta si andrà verso un riscaldamento dai 3,3 °C ai 5,6 °C. Altro che obiettivo 2 °C.

global-warming

Non stiamo facendo abbastanza per evitare il disastro climatico. Stiamo andando verso un mondo che a fine secolo avrà una temperatura media dai 3 a oltre 5,5 °C più alta che nel periodo preindustriale. Un aumento catastrofico se si pensa che il margine di sicurezza per evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici stabilito nei negoziati internazionali è di 2° C e che già oggi, con una temperatura media aumentata di meno di 1 °C, stiamo vivendo sulla nostra pelle i primi e perversi effetti del global warming. L’ennesimo avvertimento arriva dall’ultimo Climate and Energy Outlook del Massachussets Institute of Technology (allegato in basso).

Quanto siano inadeguate le politiche per il clima messe sul tavolo lo mostra bene il grafico qui sotto, estratto dal rapporto.

Finestra_mancata_MIT_clima

Le “finestre” verdi indicano la riduzione delle emissioni che secondo l’International Panel on Climate Change (IPCC) dovremmo conseguire per limitare il riscaldamento globale a 2,5 °C. Le varie linee indicano quanto riusciremmo a ridurre i gas serra in diversi scenari di policy.

Partendo dall’alto: “Reference” ipotizza che non si adottino nuove misure; “Copenhagen” presuppone che tutti i paesi rispettino gli impegni presi alla COP 15 del dicembre 2009; “JP Outlook” è la traiettoria di riduzione che si otterrebbe stando a quanto gli autori del report si aspettano realisticamente e, infine, lo scenario “Expected” ipotizza che che si concretizzino le politiche di riduzione in discussione alla prossima COP 21 di Parigi del 2015.

Come si vede il quadro è sconfortante: con le politiche che si vogliono adottare attualmente neanche nello scenario più ottimistico riusciremmo a contenere l’aumento della febbre del pianeta a un livello che eviti i danni più gravi. Bisognerà cambiare marcia e in modo drastico.

Il mondo a cui andiamo incontro, se non riusciremo a piegare nettamente verso il basso la linea della emissioni, è illustrato nel report. Crescita demografica ed economica – dovute soprattutto ai paesi emergenti – non saranno sostenibili se non si cambierà modello: con le politiche in gioco al momento, la domanda di energia primaria da qui al 2050 raddoppierebbe e, nonostante la impetuosa crescita delle fonti rinnovabili, questa continuerebbe a essere soddisfatta all’80% dalle fonti fossili. Di conseguenza, le emissioni di gas serra salirebbero a 77 miliardi di tonnellate (Gt) nel 2050 e al 2100 arriverebbero a 92 Gt by 2100, un raddoppio rispetto al 2010.

Così se i negoziati di Parigi non otterranno risultati migliori di quelli che ci si aspetta, l’aumento della temperatura media rispetto ai livelli preindustriali, nel 2050 andrà dagli 1,6 ai 2,6 °C, mentre per fine secolo si parla di un riscaldamento maggiore dai 3,3 °C ai 5,6 °C.

Tutto questo con le relative conseguenze in termini di stravolgimento dei pattern delle precipitazioni, innalzamento dei livelli del mare (vedi grafici sotto), acidificazione degli oceani che a sua volta farà aumentare la concentrazione di CO2 in atmosfera e così via. Le ricadute sono quelle già illustrate da altri report: intensificazione degli eventi meteorologici estremi, scarsità idrica, perdita di biodiversità, impatti sulla produzione agricola e via dicendo.

Temperature e precipitazioni_MIT

Un altro documento che ci spiega per l’ennesima volta che se non cambiamo modello economico, energetico e stili di vita, e anche presto, a partire dai paesi industrializzati (peraltro importatori netti di merci carbon intensive da quelli emergenti), rischiamo di sottoppore la nostra civiltà a uno stress ambientale ed economico insostenibile, oltre che sociale. È la ‘questione morale’ del nostro secolo.

Il “2014 Climate and Energy Outlook” del MIT (pdf)

Fonte: Qualenergia.it

 
0 comments

Nonostante l’incremento record della concentrazione di CO2 in atmosfera nel 2013, alcuni segnali a macchia di leopardo fanno pensare che qualcosa possa cambiare: disinvestimenti negli asset fossili, nuove alleanze, avvertimenti di istituzioni solitamente conservatrici, rapido sviluppo delle tecnologie pulite. L’editoriale di Silvestrini.

greenhouse-gases-map_4

Gli avvenimenti degli ultimi giorni sul clima, dalla marcia in centinaia di città in tutto il mondo all’Assemblea delle Nazioni Unite, sono stati surclassati su molti media dall’annuncio della Fondazione dei fratelli Rockefeller di voler vendere le azioni delle aziende fossili. “Se il mio trisnonno fosse vissuto ai nostri giorni avrebbe investito nelle rinnovabili”, ha dichiarato Wendy Rockefeller, che con i suoi parenti si era già impegnata chiedendo alla Exxon trasparenza sui rischi di una “bolla del carbonio”.

Un ulteriore segnale. Come quello della recente adesione dell’Unione delle Chiese Cristiane che raggruppa mezzo miliardo di protestanti, della rapida crescita del movimento “Divest fossil”. Insomma, la campagna di boicottaggio, partita come piccola palla di neve, nei prossimi anni potrebbe impensierire il mondo dei fossili, uno dei poteri che pone più resistenza al raggiungimento di un accordo sul clima.

Che il contesto stia cambiando lo si evince anche da alcuni recenti rapporti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che sostengono la fattibilità economica di una riduzione drastica delle emissioni climalteranti, sottolineando i notevoli vantaggi collaterali, dalla salute all’occupazione, derivanti da una incisiva politica climatica.

Del resto è visibile un cambio di accento tra l’ultimo rapporto della Global Commission on the Economy and Climate, coordinato da Sir Nicholas Stern, caratterizzato dal messaggio “Si può fare”, rispetto allo studio elaborato dallo stesso Stern otto anni fa per conto del governo inglese, nel quale il focus era sui possibili elevati impatti sull’economia del riscaldamento del pianeta e sugli alti costi necessari per intervenire.

Cosa è cambiato nel frattempo? L’evoluzione più rapida del previsto delle tecnologie, pensiamo al crollo dei prezzi del fotovoltaico e dei Led, che fa intuire la praticabilità di scenari di drastiche riduzioni delle emissioni.

Certo, nel frattempo la produzione di anidride carbonica continua a crescere e la capacità della vegetazione e degli oceani di assorbire la CO2 si sta riducendo, come ci ricorda l’Organizzazione metereologica mondiale (WMO), segnalando l’incremento record della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera (+2,8 ppm nel 2013).

La partita è quanto mai aperta, ma la possibilità che la situazione si possa sbloccare e che nell’arco di un decennio le emissioni climalteranti inizino a ridursi diventa più concreta. Anche perché le recenti posizioni degli Usa e i cambiamenti in atto in Cina fanno sperare in un esito positivo della conferenza sul clima di Parigi del prossimo anno.

Fonte: Qualenergia.it

Lo spagnolo Miguel Arias Cañete, già ministro dell’Ambiente del governo Rajoy, possiede azioni in due compagnie petrolifere, delle quali è stato anche presidente del CdA e nelle quali suoi familiari occupano posti di comando. Rischia di vedere la sua nomina a commissario europeo rigettata dall’Europarlamento.

Canete

Il nuovo commissario europeo per Clima ed Energia – lo spagnolo Miguel Arias Cañete – possiede azioni in due compagnie petrolifere delle quali è stato anche presidente di cda. Se non le vende rischia di vedere la sua nomina rigettata dal Parlamento europeo, almeno a quanto minacciano alcuni europarlamentari.

Cañete, uomo del Partido Popular e fino all’elezione all’Europarlamento ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente del governo Rajoy, stando alla sua dichiarazione pubblica degli interessi economici (qui, pdf), possiede il 2,5% di due società petrolifere Ducor SL and Petrologis Canarias SL. Sarebbe titolare di azioni per un valore che, secondo una sua dichiarazione pubblica di interessi fatta agli elettori spagnoli, nel 2011 ammontavano a circa 326mila euro ed è stato fino al 2012 anche presidente dei consigli di amministrazione di entrambe le società. Il cognato Miguel Domecq Solis è direttore sia di Petrologis che di Ducar e il figlio, Miguel Arias Domecq, è nel cda di Ducar.

Una situazione che a naso per molti puzza di conflitto di interesse, vista la posizione che Cañete assumerebbe. Di conflitto d’interesse d’altra parte il nuovo commissario europeo al Clima e all’Energia era stato accusato, per gli stessi motivi, anche quando era ministro dell’Ambiente in Spagna.

“Un commissario deve essere indipendente da interessi particolari e, a mio parere è obbligatorio che vengano rivendute le azioni delle società petrolifere se vuole adempiere ai suoi doveri di ufficio libero da qualsiasi conflitto di interessi”, dichiara al Guardian il deputato socialdemocratico tedesco Jo Leinen, membro della commissione Ambiente dell’Europarlamento.

Preoccupato anche il cosiddetto G10, il gruppo composto dalle 10 maggiori ONG ambientaliste d’Europa, di cui fanno parte anche Greenpeace e WWF, e che ha diramato questa nota.

Fonte: Qualenergia.it